giovedì 31 gennaio 2008

Radici proudhoniane: il Socialismo come culto della Giustizia

"Ci avviamo a una trasformazione religiosa, o a un riassorbimento della religione nella Giustizia?.... La certezza morale comprende in sé e fornisce la certezza speculativa; e la scienza del diritto diverrà perciò la chiave della scienza della natura; e la Giustizia, infine, dovrà forse essere considerata come la ragione e la realtà suprema (...) il Dio che regge il mondo della coscienza (...)?
... qual è il principio fondamentale, organico, regolatore supremo delle società; il principio che, subordinando a sé tutti gli altri, governa, protegge, reprime (...)?
...Questo principio, secondo me, è la Giustizia.
Che cos'è la Giustizia? - L'essenza dell'umanità.
Che cos'è stata la Giustizia fino ad ora, a partire dall'inizio del mondo? - Quasi nulla.
Che cosa deve diventare?
Tutto.

.... Se è vero che la Giustizia è innata nel cuore dell'uomo, non ne consegue che le sue leggi siano state fin da principio determinate con chiarezza, e per tutte le categorie d'applicazione; solo poco a poco noi ne acquistiamo l'intelligenza, e la loro formulazione ci costa un lungo travaglio (...)"

(da P.J Proudhon, De la Justice dans la Révolution et dans l'Eglise, introduzione, 1858)

mercoledì 30 gennaio 2008

Quale laicità per i socialisti di Dio?

Si sente spesso parlare di laicità e di laicismo in ambito socialista, talora in modo approssimativo o a sproposito. Il Partito Socialista Italiano fu giustamente contrario all'art. 7 della Costituzione - che avallava i Patti Lateranensi - e i socialisti che si raccoglievano intorno a esperienze intellettuali come quella de il Ponte furono tra i più strenui difensori della scuola pubblica e laica in Italia nei primi decenni dopo la seconda guerra mondiale. Risalendo più indietro nel tempo, non dobbiamo dimenticare come la Chiesa di Pio IX e Leone XIII, ai tempi in cui il Socialismo muoveva i suoi primi passi in Italia, fosse ben altra cosa, sotto il profilo del controllo sociale, di quella odierna: nelle campagne il potere del parroco era a volte quello del latifondista; fu proprio un bravo sacerdote, mio collega a scuola, a spiegarmi con orrore, circa vent'anni fa, che nella sua parrocchia i più anziani ricordavano come negli anni '30 i mezzadri adibiti alla coltivazione dei terreni ecclesiastici venissero redarguiti severamente dal parroco se solo si permettevano di fare acquisti di tipo personale (un abito, un paio di scarpe) senza il suo consenso.
Negli anni '50, avvalendosi proprio dei privilegi garantiti dai Patti Lateranensi, le gerarchie cattoliche misero in atto o tollerarono comportamenti discutibili, in qualche caso perfino ignobili: in certi paesi del Sud, ad esempio, poteva capitare che a un bimbo ("Lasciate che questi piccoli vengano a me...", diceva Gesù), figlio di emigranti convertiti al protestantesimo e strappato alla vita da un triste morbo, fosse negata la sepoltura in un cimitero, perché "terra consacrata". Sempre a causa dei Patti Lateranensi, furono vilmente emarginati i "preti spretati". Uno dei casi più noti fu quello di Giovanni Pioli, già compagno di seminario del futuro Papa Pio XII . Egli abbandonò la Chiesa e si avvicinò alla cosiddetta Riforma radicale (Unitariani, Quaccheri), traducendo in italiano il seicentesco Journal di George Fox e scrivendo un ottimo lavoro sull'antitrinitario senese Fausto Socino: uomo di cultura e sensibilità eccezionali (soggiornò in Inghilterra, riportandone simpatie laburiste, fu vegetariano e attivo animalista), Pioli nondimeno visse in ristrettezze economiche perché gli fu negato l'insegnamento nelle scuole di Stato (!)in quanto sacerdote apostata. Papa Pio XII, informato della sua situazione, non ebbe pietà di lui.
Ma, se è bene ricordare (anche le azioni disonorevoli compiute da anticlericali a danno di sacerdoti e suore), non altrettanto lo è fossilizzarsi, e poi oggi, grazie al Cielo, la Chiesa di Roma si mostra autocritica, riguardo certe scelte del passato, e dialogica. Dunque, qualsiasi forma di laicismo reattivo, esasperato da un clericalismo assurdo, non ha gran senso. Occorre rivisitare la questione, e, in via preliminare, sgombrare il terreno da alcuni equivoci. Prima di tutto, la divisione tra cattolici e laici è capziosa; essa pare sottintendere una equivalenza tra laicismo e ateismo o quantomeno una minore "religiosità" dei laici, tutte da dimostrare. A volte si propone addirittura la dicotomia credenti - laici, ancor più becera. Paladini della laicità furono Giuseppe Mazzini e Aldo Capitini, ambedue spiriti religiosi eccelsi. E' ora, dunque, di farla finita con la confusione.
Per quanto riguarda il laicismo, ne incontriamo di almeno tre tipi:
1) quello storico, di orgine ghibellina. In Italia si radica nella cultura fredericiana (da Federico II di Svevia), giurisdizionalista, non papista, filosofica, eclettica. I suoi sviluppi comprendono il "cattolicesimo liberale" tra '700 e '800 (Domenico Forges Davanzati, il movimento napoletano per la "Emancipazione del Clero", ecc.) fino a figure novecentesche quali A.C. Jemolo
2) quello filosofico-religioso, di Mazzini ad esempio, e di persone vicine di area socialista quali Codignola, Calogero, Capitini. Un laicismo austero, riflessivo, intransigente ma attento ai valori presenti nella tradizione cristiana, anche nella sua variante cattolica. Un laicismo civico, non selvaggio.
3) quello recente, di impronta radicale e neo-comunista, che porta ad estremi individualistici la vecchia cultura liberale, coniugandosi peraltro molto bene con l'atomismo sociale ben visto, se non patrocinato dai centri del commercio e della finanza, il cui ideale antropico è single consumatore. Questo laicismo del "proibito proibire", della tragressione ostentata, dello sfregio, non mi pare contenere alcuna traccia di socialismo autentico.

Quando sento dire, da parte di socialisti, che "c'è un deficit di laicità nel nostro Paese", ho una reazione ambivalente. Da una parte mi vengono in mente situazioni come quella di Piergiorgio Welby, e concordo sul fatto che la dignità dell'uomo e la sua coscienza - organo di Dio in lui, come diceva James Martineau - debbano essere finalmente protette dall'arroganza di ogni inquisizione, cattolica o laica (perché ne esiste una laica, sottile ma fetente, così come esiste una dittatura della libertà); dall'altra penso alla sciagurata superficialità dei costumi dilaganti, allo sfascio delle famiglie, alla volgarità mediatica, alla pornografia (che è uso della persona, dunque antisociale, antisocialista, al limite nazista), e penso che invece vi sia un deficit di sacralità, gravissimo, forse irreversibile nelle conseguenze, e che la voce della Chiesa, nonché di tutte le presenze religiose serie in Italia, dovrebbe essere più veemente, insistente, profetica (mi piacerebbe che il Papa invitasse i suoi fedeli al boicottaggio delle reti televisive complici di quei mali, ma temo che il cattolico medio continuerebbe ad accendere la tv, magari di nascosto, e del resto alcune reti vicine al Vaticano non danno un bell'esempio).
Quando vedo un tg nazionale dare come oggettive le apparizioni di Maria di Nazareth a Lourdes, o le stimmate di Padre Pio, e l'Italia ammalarsi sempre più di una specie di disturbo (psicotico) bipolare, facendo la spola tra miracolismo e edonismo con disinvoltura impressionante, io che sottoscrivo l'idea di R.W. Emerson secondo cui cercare di convertire qualcuno mediante miracoli è una profanazione dell'anima, apprezzo l'opzione laica, nei suoi aspetti di razionalità, avversione a ogni arbitrio (anche se travestito di "divinità"), buon gusto. Poi, però, vedo certi laici trattare con supponenza qualsiasi credo religioso e nel frattempo sposarsi col rito cattolico, far battezzare i figli e mandarli al catechismo; e penso che io, lasciato il Cattolicesimo a dodici anni, dai diciassette mi sono dedicato alla ricerca del Divino, ho frequentato gruppi religiosi "perdenti" (sempre poche anime, quelle verticali), ho educato un figlio a esaminare tutte le fedi e a far propri i valori benefici, senza spingerlo ad alcuna appartenenza (neppure a quella mazdeo-cristiana e universalista alla quale sono giunto dopo tanto cercare) e, va da sé, senza sottoporlo ad alcun pedobattesimo dalle pretese salvifiche (la sua nascita fu comunque celebrata con un servizio di culto universalista a Dio), anzi, facendo richiesta di essere io depennato dal novero dei battezzati al sacerdote titolare della parrocchia in cui venni asperso. Allora sento tutta la forza della opzione religiosa, la stessa, in fondo, che mi spinse in giovane età verso le sponde socialiste, per una trasformazione del mondo in direzione della giustizia, emanazione di Dio. E infine mi convinco che una religiosità leale, non di facciata, è la miglior garanzia di laicità, mentre certo laicismo è figlio del clericalismo e, nei punti sensibili della vita (nascita, matrimonio, morte), pronto a farsene suddito! Chiedo scusa per l'abbondanza di riferimenti personali, ma non ho che la mia esperienza da offrire.
La laicità, in Italia, è una risposta alla realtà multireligiosa che va configurandosi. I socialisti dovrebbero favorire il dialogo costruttivo tra le varie comunità, e garantire loro adeguati spazi informativi, facendo sì che non siano schiacciate (loro, come i non appartenenti ad alcuna religione), né offese da quella licenza che, come diceva Platone, non è libertà, ma anticamera della tirannide, favorendone la integrazione e ipso facto prevenendo o contenendo le eventuali derive fondamentaliste (a proposito di integrazione: qualche anno fa Prodi inaugurò il gurdvara dei Sikh, a Novellara; ero lì anch'io, invitato da un sikh che ricordava come avessi tradotto dall'inglese all'italiano, a titolo amichevole, la loro prima richiesta di essere riconosciuti come associazione religiosa, ma Prodi non lo sapeva). I socialisti dovrebbero essere garanti di socialità, libertà e dignità anche sul fronte religioso. Il Manifesto dei valori proposto dal Partito mette in guardia dalla potenziale invadenza delle religioni nella vita sociale e personale, ma non intende certo negare ll valore, la pregnanza di una fede liberamente scelta, consapevolmente vissuta e capace di plasmare o permeare l'etica indivisuale e la sua pubblica testimonianza. Laicità deve significare appello alla sacralità della coscienza, al senso di responsabilità dei singoli e, in chiave religiosa, dissequestro del sacro da ogni pretesa di monopolio.
Un bell'esempio di laicità mi è stato fornito dal sacerdote al quale ho richiesto lo "sbattezzo". Ha cercato di cogliere le mie ragioni; ha sentito, credo, il mio rispetto per altre ragioni, quelle che avevano indotto i miei - ambedue morti da tempo - a farmi battezzare, dunque gli scrupoli che avevano segnato il mio cammino verso quella scelta; mi ha perfino espresso apprezzamento per la mia "cerca". E ha concluso chiedendomi se ero disponibile a parlare della mia vicenda con alcuni giovani della parrocchia! Non so se si è trattato di un'idea estemporanea poi accantonata, o se la Curia darebbe il placet a una iniziativa del genere, ma ho comunque apprezzato a mia volta. Certo, rispetto alla questione della laicità nelle problematiche eticamente sensibili (aborto, eutanasia, ricerca sulle cellule staminali) l' episodio può apparire marginale, ma credo che esso ben rappresenti lo spirito informatore di ogni istanza laica sana.
Vorrei che il Partito Socialista intendesse sempre più, per laicità, un linguaggio di rispetto e di attenzione per gli aneliti, le sensibilità e le difficoltà dell'uomo integrale, dunque anche dell'uomo religioso, e un'affermazione di misura nelle soluzioni da proporre, sulla base di un'etica della responsabilità che dialoghi e magari competa con l'etica prescrittiva contenuta nei codici religiosi, ma non la neghi.


Michele Moramarco

giovedì 24 gennaio 2008

Il socialismo religioso: una lunga strada che porta oltre l'orizzonte

Il socialismo religioso non è un fenomeno irrilevante o avulso dalla storia del movimento socialista. E' una presenza significativa, un lievito che anima, fin dalle origini, il pensiero e l'esperienza di una delle più nobili speranze umane, e che mantiene un'assoluta attualità (il presente, del resto, è compreso nell'Eterno, a cui si volge l'anima religiosa).
Pierre Leroux, colui che per primo, pare, utilizzò il termine socialisme nel 1830, credeva alla centralità della vita religiosa per una trasformazione etico-sociale del mondo: una visione materialistica - questa l' intuizione del "padre fondatore" - non riuscirà a introdurre e a preservare una socialità autentica, alta, perché solo sul piano dello spirito si può vincere la propensione naturale alla sopraffazione e alla separatività. Basta consultare il sito degli amis de Pierre Leroux per trovare i links con quelli che ospitano, anche in riproduzione anastatica, alcuni dei suoi testi più significativi. Oltre cento anni dopo, Aldo Capitini, che con Guido Calogero fondò il movimento liberalsocialista durante il fascismo (sarebbe davvero utile, in questi tempi in cui si sproloquia di liberalsocialismo, leggere il manifesto del movimento, intriso di tensione religiosa e rigore etico, non certo di lassismo), avrebbe ribadito e approfondito questa idea in libri quali Religione aperta e Il potere di tutti. Capitini va oltre: identifica nella morte l'ingiustizia definiva e fonda una sorta di socialismo cosmico in quella che suggestivamente definisce la compresenza dei morti e dei viventi. Sperare nella vittoria di tutte le anime, umane e subumane, sulla morte, è per lui l'utopia suprema, che allarga e autentica gli orizzonti del socialismo terreno. E, a proposito di utopie, notevole fu la cifra religiosa, variamente declinata, nel socialismo utopistico come quello di Owen e Fourier, e negli esperimenti comunitari tentati dai discepoli di Tolstoj in Russia, o di Adin Ballou, membro della Chiesa Universalista, in America.
Dunque, il socialismo è marcato dalla spiritualità alla nascita e venato da essa durante tutto il suo cammino. L'elenco delle presenze religiose e dei loro contributi al patrimonio socialista è impressionante, e decisamente sottovalutato dalla generalità degli storici. Impegnati in comunità ecclesiali erano molti tra i "probi pionieri di Rochdale" che fondarono nel 1844 la prima cooperativa (una quota significativa di loro apparteneva alla Chiesa Unitariana, erede della nobile "eresia" sociniana che insisteva sulla divina umanità di Gesù e su una visione razionale della religione); molte riunioni laburiste e tradeunioniste inglesi avevano luogo, agli esordi, nelle halls delle Chiese Metodiste e Congregazionaliste, e non secondaria fu la testimonianza socialista tra i gloriosi Valdesi; Carlo Cafiero, tra i fondatori della Prima Internazionale in Italia e autore di un celebre Compendio de "Il Capitale" di Karl Marx, verso la fine della sua sofferta esistenza si avvicinò - provenendo dall'anarchismo - al socialismo "legalitario" di Andrea Costa, padre del Partito Socialista Italiano, e contemporaneamente, pur nei veli di una malattia mentale che era il segno della sua sensibilità trafitta dall'ingiustizia, si aprì alla trascendenza, all'Oltre divino (una sorta di avanti! metafisico, si potrebbe dire); cospicua la presenza di socialisti nel risveglio neo-gnostico che ebbe luogo in Francia a fine Ottocento; la "società cristiana" pensata dal grande scrittore anglicano Clive Staples Lewis, come si legge nel suo Mere Christianity, doveva essere una sintesi di economia socialista e temperanza dei costumi (perché solo il senso del limite e la sobrietà sono compatibili con una vera socialità, altro che "la Milano da bere"). In Italia, militò tra i socialisti Ignazio Silone, spirito religioso inquieto, a lungo vicino ai cattolici non-papisti della Confernza Episcopale Vetero-Cattolica di Utrecht, ma nel P.S.I. furono attivi non pochi cattolici romani, e non parlo di quelli - la maggioranza, oggi - nominali, ma di quelli seriamente impegnati in parrocchie e comunità di base, parte dei quali confluì nei cristiano-sociali, aderenti all'International League of Religious Socialists, che fa parte dell'Internazionale Socialista.
Il fenomeno è universale: ben nota è l'esperienza dei kibbutznik religiosi tra gli Ebrei di Israele; vi sono consolidati filoni socialisti nell'Islam; uno dei più attivi riformatori indiani del decenni scorsi, a capo del movimento cooperativo gramdan, fu l'indù Vinoba Bhave, un discepolo del Mahatma Gandhi; lo zoroastriano Dadabhai Naoroji, il grande vecchio della nazione indiana - fu lui a coniare il termine swaraj, autogoverno - partecipò ai lavori dell'Internazionale Socialista. L'anelito alla giustizia aveva del resto una tradizione millenaria nella religione zoroastriana: la più antica rivolta socio-religiosa in direzione dell'equità economica fu quella capeggiata da Mazdak tra il V° e il VI° secolo d.C.
In Italia, oltre al liberalsocialismo di Calogero e Capitini (1937), possiamo ricordare il socialismo mazziniano di Parmentola, Belloni e altri (1955): anche se laico - molti mazziniani non aderiscono a una specifica religione e coltivano uno spirito razionalista, ancorché Mazzini fosse un romantico, quasi un mistico dela politica - il gruppo evidenziava le implicazioni sociali di colui che nei Doveri dell'uomo definisce l'associazione - di cui la forma cooperativa è l'espressione economica - come la "parola d'ordine" religiosa del'avvenire, la chiave per superare i limiti etici della carità paternalistica, affermare la dignità umana e costruire una realtà comunitaria equa e libera (per questo egli combatté il socialismo marxista, profetizzandone le degenerazioni burocratiche e deprecando il suo ateismo come incapace di motivare e reggere lo spirito sociale, e si distanziò anche dal socialismo utopistico, al quale imputava una visione precostituita, quindi statica e disfunzionale delle dinamiche socio-politiche).
Etica e religione quasi coincidono nell'ideale associazionista mazziniano, che ben possiamo includere, oggi, tra le forme di socialismo religioso; e proprio seguendo questa identificazione di un retroterra religioso in ogni etica autentica, possiamo rilevare tracce spirituali perfino nel pensiero di quei "padri" del socialismo che si proclamarono atei (Marx) o antiteisti (Proudhon): certo non manca un afflato cripto-religioso nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, là dove Marx immagina il recuperò dell'integrità creativa dell'homo faber liberato dall'alienazione del modo di produzione capitalista, o nel De la Justice... di Proudhon, che definisce la giustizia "il dio della coscienza" e mostra di voler consacrarsi ad essa, come d'altronde aveva già fatto nell'introduzione a De la Proprieté.
Questa carrellata storica è davvero contratta e inadeguata, ma da questi pochi riferimenti possiamo cogliere la varietà e la caratura del socialismo religioso e l'intrinseca religiosità del socialismo senza aggettivi. Si potrebbe dire che l'ideale socialista rappresenta il "lato orizzontale" di Dio (o del "sacro", se si preferisce un approccio meno teista); in esso, come in una anticipazione di quell'éschaton, di quella trasformazione della vita cosmica alla quale aspirano molti menti religiose, sono riscattati tutti gli oppressi, i malati, i dimenticati (ma non da Dio, mai), coloro che hanno lavorato onestamente e sofferto attraverso una miriade di generazioni, quelli che verranno con buone intenzioni e con una speranza. La stessa degli antichi Profeti, di Carlo Cafiero (che, prima di morire, voleva volare, perché il Socialismo ha le sue radici in Cielo, nelle Altezze), di Camillo Prampolini, di Aldo Capitini: "Mi vengono a dire che la realtà è fatta così, ma io non accetto (...), perché non posso approvare che la bestia più grande divori la bestia più piccola, che dappertutto la forza, la potenza, la prepotenza prevalgano: una realtà fatta così non merita di durare, (...) e io mi apro a una sua trasformazione profonda, a una sua liberazione dal male... si tratta di mettere il socialismo in rapporto con una vita etico-religiosa, un'interiorità, sentimenti, idee, prassi che investano tutta la liberazione dell'umanità, (...) della realtà" (Religione aperta, pp. 12-12, 207)

Michele Moramarco